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Per nove giorni ho rimandato un compito da quarantacinque minuti.

Nove giorni, quarantacinque minuti

Era la consegna mensile al commercialista: smistare le ricevute, unire i PDF, mandare un'email con gli allegati. Un'ora scarsa di lavoro, niente di complicato. L'ho spostata di giorno in giorno per nove giorni di fila, fino all'ultima finestra utile prima della scadenza.

Ogni mattina la vedevo in lista. Ogni mattina trovavo qualcosa di più urgente da fare prima. Poi, all'ultimo, l'ho fatta. Quarantacinque minuti. Esattamente come avevo previsto.

Quello che mi è costato non è stato il lavoro. È stata l'attesa.

Soffriamo più nell'immaginazione che nella realtà

Seneca lo aveva già messo per iscritto duemila anni fa, nella tredicesima lettera a Lucilio, quella sui timori senza fondamento: "Soffriamo più spesso nell'immaginazione che nella realtà." Ci sono più cose pronte a spaventarci di quante siano pronte a schiacciarci, scrive. Ingrandiamo, anticipiamo, immaginiamo il dolore prima che arrivi, e a volte arriva una versione molto più piccola di quella che ci eravamo costruiti in testa.

Il compito da quarantacinque minuti non è cresciuto in nove giorni. È rimasto identico. A crescere è stata l'idea che me ne ero fatto: una cosa pesante, noiosa, da fare quando avrò la testa libera. La testa libera non è mai arrivata. La scadenza sì.

Il lavoro è un costo fisso, l'attesa è una tassa giornaliera

Ecco la parte che mi interessa, perché non vale solo per la contabilità.

Il compito che eviti ha un costo fisso: un'ora, mezza giornata, quello che è. Lo paghi una volta e finisce lì. L'attesa, invece, la paghi ogni giorno. È la tassa silenziosa che togli tempo ed energia mentale a tutto il resto, senza produrre niente in cambio.

Il numero che ti spaventa in una campagna pubblicitaria, la conversazione che non hai, il file che non apri: nessuno di questi diventa più grande mentre aspetti. Diventa più grande solo la storia che ti racconti su di loro.

C'è anche un dettaglio che ho notato su di me. Le cose che rimando non sono quasi mai quelle difficili. Una cosa difficile e chiara la affronto: so cosa mi aspetta. Quelle che evito sono quelle dall'esito incerto, dove non so cosa troverò quando apro il file. Non è la fatica a frenarmi, è il non sapere. E il non sapere si gonfia da solo, ogni giorno che passa, fino a diventare più ingombrante della cosa vera.

Per questo il coraggio non è l'assenza di paura. La paura non se ne va da sola, e aspettare che svanisca prima di agire è il modo più sicuro per non agire mai. È l'azione a rimpicciolire la paura, non il contrario. Fai la cosa, e scopri quasi sempre che era più piccola dell'attesa.

Cosa fare adesso

Guarda la tua lista di oggi e trova l'unica cosa che ti porti dietro da più di tre giorni. Non la più grande. Quella che continui a scansare.

Falla nella sua versione minima, oggi: apri il file, scrivi la prima riga, manda l'unica email che blocca tutto il resto. Non aspettare la giornata giusta, l'energia giusta, la testa libera. Quelle condizioni non sono il prerequisito dell'azione. Sono il risultato.

Poi controlla quanto è durata davvero. Scommetto che era più piccola dell'attesa.

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